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Rara Follia


Se potessi scrivere di tutto quello che mi passa nella testa senza avere alcuna interruzione nello srotolarsi dei pensieri, forse, riuscirei a colmare il vuoto che mi opprime dentro e che mi lascia come inebetita senza parole accorte, appese ad un filo teso sul ciglio del burrone.

Ma non avverrà.

Perché la mia dialettica da sempre pecca di legittimità e di forza e di fluidità , comincia e poi ad un certo punto s’inceppa come balbuziente e la parola manca zittisce incespica si arresta ed io rimango lì a cercare nell’aria un significato vocale e sonoro capace di restituirmi il verbo macellato e sventrato.

Inutilmente.

Senza poter esaudire il sogno abbozzato nella mia immaginazione errante e vagabonda, che mai si stanca di crearmi input e stimolazioni ovariche cerebrali senza riuscire a traslocare neuroni nell’abisso della scarica adrenalinica liquefatta da litri di caffè ingurgitato dalla mia gola avida e mai abbastanza sazia e tracimante.

Forse potrei…

essere soltanto un narratore esangue con pillole di racconti abortiti e mai terminati, sulla spiaggia d’inverno abbattuta di salsedine e tramontana, corrosiva e tagliente come rasoio appena affilato e luccicante.

Ma non ci sarà mai cuore a contenere queste parole vomitate in momenti di rara follia che cercano soltanto una via di fuga alla desolante solitudine che mi attanaglia la gola e il respiro.

4 thoughts on “Rara Follia

  1. Avevo 17 anni, forse a ben ricordare 16, la prima volta che conobbi il buco nel centro dello stomaco. Quel senso di vuoto assoluto che travaricava ogni momento, destabilizzava ogni gioia, assoggettava il sorriso, defenestrava ogni significante dedico alla perpetua vittoria del nulla. Ero terrorizzata, pensavo che non sarebbe mai più andato via, mi guardavo dentro, riempivo carte e carte di bislacche paure, di terrori, chiedevo aiuto. Ero una vagabonda che in un deserto camminava senza meta. Nulla attecchiva, tutto marciva.
    Ecco, questo tuo meraviglioso post mi ha ricordato quegli anni, quegli anni che sono passati, e non so sinceramente se il vuoto, il buco è andato via o semplicemente è divenuto una parte fondante di me, così fortemente me, da non riconoscerlo più. Ma so che quel vuoto sono state proprio le parole, le mie immagini, i miei passi svelti e nervosi per la città mentre i pensieri galoppavano più veloce a riempirlo o forse solo a perdonarlo. Io l’ho perdonato, si, quel vuoto e mi sono perdonata per non saperlo riempire di quello che sembrava necessario.
    E ora, che non è che sono felice sempre anzi, che mica è vero che esiste un baricentro che magari, che tutto quello che voglio è avere il lusso di non arrendermi completamente… beh ora ringrazio che c’era quel vuoto. Perchè quel vuoto, mi dava la misura del mio bisogno di trovare altro. L’eterna ricerca, spossante per certo ma che mi ha sempre ricordato che la meraviglia deve esistere da qualche parte e è mio dovere morale trovarla, vivificarla, crearla (magari), cercarla.
    No, non sono una ottimista ma sono convinta che la sofferenza sia necessaria, sia un passaggio. Una forma di maieutica fondante.

    • E’ che quel vuoto mica si sceglie, ci si nasce insieme e si nutre di noi in maniera ingorda e feroce fino alla fine dei nostri giorni. E’ una voragine che diventa sempre più grande e ci annienta, è una mancanza costante che non trova pace nella quiete e nel delirio. Lo cominciai a percepire anch’io verso l’adolescenza come un deserto agonizzante d’acqua che batte il suo urlo scarnificato alle tempie e alla bocca dello stomaco, come un dolore sordo e continuo, leggero ma insinuante e senza sosta. Ricordo che mi alzavo con questo dolore dell’anima localizzato allo stomaco e non smetteva mai, se mangiavo aumentava, se digiunavo si acutizzava, era sempre lì presente e asfissiante.
      Forse adesso riesco di più a controllarlo, so di cosa ha bisogno per lasciarmi un po’ di tregua, ma è sempre lì in agguato a saltarmi addosso e azzannarmi senza alcuna pietas.
      Grazie della tua visita, verrò a trovarti per leggerti ancora.
      Ciao Alessia

  2. Non trovare le parole che riescono esattamente ad esprimere quel che abbiamo dentro è sano. Scrivere di getto non è sempre possibile. Anzi, non lo è quasi mai. Ci sono quelli che scrivono un incipit, poi si fermano, proseguono dopo. E ci sono quelli che aspettano di avere tutto chiaro in testa prima di buttar giù. E poi ci sono rari, rarissimi momenti, che io definisco di “fuoco sacro”, in cui cuore e dita (o se preferisci anima e dita, interiorità e dita) sono connessi direttamente. Solo in quei momenti mi capita di scrivere esattamente quel che ho dentro.
    Ma non sono sicuro che volessi intendere solo questo.

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